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Archive for the ‘musica’ Category

“Mi sono rotto, non ho più voglia di abitare lo stivaletto, grazie di tutto!

il mio lavoro è inutile, diciamo futile …. è roba piccola, fatta di plastica, che piano piano mi modifica, mi ruba l’anima.

dice “il lavoro rende nobili”, non so, può darsi, sicuramente rende liberi di suicidarsi.

precario è il mondo, flessibile la terra che sto pestando, atipica è la notte che sta arrivando, volatile è la polvere che si sta alzando

precario è il mondo, precario è il mondo, non è perenne il ghiaccio e si sta sciogliendo, non è perenne l’aria e si sta esaurendo, e di indeterminato c’è solo il quando

precario è il mondo, si finge normale, ma sembra ancora più precario, questo stivale, che sta affondando dentro a un cumulo di porcheria, e quelli che l’hanno capito se ne vanno via….

e invece tu non l’hai capito, e stringi i denti dietro a un tavolo, dentro all’ufficio, senza nemmeno avere il tempo di guardare fuori, così non vedi che già cambiano tutti i colori

e intorno a te la gente si agita, si muove sempre, qualcuno grida una protesta che nessuno sente

non c’è  un futuro da difendere, solo il presente, e anche di quello di salvabile c’è poco o niente

amore mio non ci resisto, io non ci resisto, vorrei convincerti a raggiungermi, ma non insisto, tu riesci ancora a non vedere solo il lato brutto, io invece ho smesso, devo andare, grazie di tutto.

e allora anche il tempo si fermerà improvvisamente, e chi si stava amando potrà amarsi per sempre…. e chi si stava odiando dovrà odiarsi per sempre.”

ieri sera me ne sarei andata anch’io…. quella canzone di Silvestri mi ha messo addosso una coperta di malinconia, di sogni non realizzati, di progetti sospesi, falliti, dimenticati…. uffa!

Non è da me, non lo è davvero. eppure sentivo mia ogni parola, ogni respiro di quel testo. mi sono chiesta: perchè improvvisamente vuoi fuggire? non ti basta quello che hai costruito, le cose che devi ancora terminare, quelle ancora da cominciare?

E’ come la critica di Anton Ego alla grande cucina francese: “manca di prospettiva”. (citazione colta: è Ratatouille!)

Questo manca: un po’ di sano orizzonte da esplorare, magari senza strumenti adatti, ma nuovo ed interessante. Ridateci l’orizzonte, magari anche con un po’ di foschia, ma che sia là, pronto ad accogliere chi si mette in cammino.

(p.s.: il testo l’ho trascritto dal video della canzone…. se non posso lasciarlo lì, ditemelo, e lo tolgo… è una canzone inedita, quindi non so bene come funzioni…)

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(Tempo fa scrissi che canto in un coro gospel, ma non ho mai raccontato nulla…

credo sia giunta l’ora.)

Un coro è una faccenda seria: bisogna imparare a vivere in comunità, a stare attenti ai bisogni degli altri, e mettere d’accordo tutti e tutto… mica facile!

Soprattutto quando l’età media si aggira intorno ai 40 / 45, e ti ritrovi davanti uomini e donne fatti, con una storia, relazioni, personalità consolidate e un po’ esibizioniste (altrimenti farebbero il club del lavoro a maglia….)

Ci si trova il venerdì sera, con i nostri bravi foglietti vergati da tante zampette nere, qualcuno addirittura con il leggio… la maestra con la chitarra, tutte le sedie disposte ordinatamente a semicerchio, in due file: prima fila donne, seconda fila uomini.

Si comincia: riscaldamento, ripasso, studio del brano nuovo, correzione degli errori… detta così, una noia abissale.

In realtà, come in quasi tutte le cose, è il materiale di cui siamo fatti che determina la trama di un’avventura: questo coro è una manica di pazzi, letteralmente. Funzionalmente al gruppo, ciascuno ha il proprio ruolo:

– il leader: “Occheei, adesso si canta, basta cazzeggiare! Per favore cercate di non cantare come una parrocchia, impegnamoci a migliorare, grazie!”

– il polemico: “Non sono d’accordo sul fatto di impegnarsi, ognuno dà quello che riesce, in fondo siamo solo dilettanti!”

– il lecchino: “Ha ragione la maestra, dobbiamo impegnarci di più e studiare”

– la saputella: “IO studio sempre, dove sta il problema?”

– il divertente: “Il problema sta nel fatto che dovresti studiare anche le nostre parti”

– lo smargiasso: “A me non serve studiare, sono bravo di mio”

– il timido: “…….cantiamo?…….”

E poi c’è la diva, la vecchia signora piena di paturnie/passioni, lo scapolo in caccia, la zitella disperata… un teatrino di varia umanità, bello e pronto e scombinato.

Se non fosse che, quando alla fine si canta, il risultato è a volte miracoloso, e finalmente si capisce il vero senso del “fare musica”. Ci sono volte in cui la magia è palpabile, quando questo o quel brano vengono particolarmente bene, o quando tutti insieme si canta qualcosa in cui crediamo veramente… un magico pentolone da rimestare con attenzione, che nulla ha a che vedere con il cantare da soli, perchè “l’insieme è molto di più della somma delle parti”.

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Per ben cominciare

oggi mi prende così…

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Andò così: frequentavo allora un gruppetto di personaggi alquanto modaioli e fighettini, uno dei quali rappresentante di una famosa linea di abbigliamento per tutto il nord Italia. Non era propriamente il mio ambiente, ma il rappresentante (chiamiamolo Henry Lord), mi affascinava: pareva la versione attualizzata di un dandy londinese, solo più alto. Ci accomunava la passione per due musicisti: David Bowie e Capossela, di cui passavamo intere serate a cantare canzoni e citarci reciprocamente i testi… ah, i vent’anni! (venticinque…, no ventistette…. vabbè.)

Henry (lui c’è ancora), è il classico fashion-victim: sempre tiratissimo e alquanto ben vestito, che non può perdersi nulla di ciò che esce nuovo nuovo, o gli sembra di aver vissuto invano; anzi, la sua massima aspirazione è quella di lanciare una moda, magari quella del calzino a righe verdi e viola con giubbotto a quadretti blu… e se per caso vede che qualcuno ci ha pensato prima, si rinchiude in un solitario lutto per giorni… E’ vero, lo fa di mestiere ed è pure bravo, ma ormai tale mestiere gli ha permeato ogni neurone ed ogni fibra del cuore, e ci pensa giorno e notte, senza contare che intorno gli nuotano una serie di pesci-pilota altrettanto votati all’estetica ma mooolto meno simpatici, che non gli permettono di uscire dal ruolo nemmeno per un attimo.

In codesta zuppa fashion, ad un certo punto di qualche anno fa (dieci, ormai…), saltò fuori una festa di quelle super-in per un lancio di una linea nuova di giubbotti, ad imitazione del bel mondo milanese-danaroso. Qui a Torino non se ne vedevano tante di feste così, ed un certo entourage non ci mise molto a scatenare la guerra, senza esclusione di colpi, per ottenere l’invito.

Henry era uno degli organizzatori della festa, ed era lui il dententore degli inviti, e lui l’organizzatore “artistico” della festa: in pratica l’uomo del momento. Invitò Capossela (che allora aveva appena pubblicato Il ballo di San Vito) alla festa e lui accettò, ma la cosa doveva restare segretissima (infatti, lo sapeva tutta la città).

La sera della festa arrivò, in un gran sberluccichio di mises, e passò anche…. a mezzanotte l’ospite d’onore non si era ancora visto. Henry era fuori di sè dalla tensione, non sapeva più cosa fare (allora i telefonini erano ancora poco usati, e noi non avevamo quello di Capossela, ovviamente)… poi lo vedemmo arrivare. Si sedette al piano, cantò “Ultimo amore” e sbagliò tutte le parole. Si fermò, ridendo tra sè, e disse “scusate, non sono molto in vena”. Attaccò con un’altra (Fatalità, credo…) e si piantò anche lì… la festa riprese il rumore, la gente cominciò a parlare, ridere, bere…

Lui si alzò, cercò da bere e cominciò a tampinare una ragazza, poi un’altra…. era un vero assatanato, piuttosto alticcio, ma affascinante, come solo i dannati sanno esserlo. Dopo un po’ Henry lo fece sedere e cominciarono a chiacchierare: era il mio momento!

“Ti presento la mia amica paoletta”

“Piacere, Geppo”

…….. (mutismo totale da parte della paoletta, che stava pregando santa Sfrontatezza, probabilmente impegnata altrove)

Trascorrono eoni di silenzioso imbarazzo, poi finalmente il cervello ricomincia a connettere e riesco a mettere insieme una frase di tipo carino-ironico-battutara, che poteva essere: “belle, le parole di Ultimo amore, me le ricordavo diverse”. lui ride, io rido, alza la coppa e dice “meglio bere!”.

Rotto il ghiaccio, abbiamo passato una serata divertente a chiacchierare di locali, notti, nebbia, musica (gli piace Tom Waits, e anche a me!), affrancati da secondi fini, essendo presente anche Henry che si fingeva mio fidanzato…

Morale, il Vinicio è un tipo interessante, completamente da ricovero come tutti i musicisti un po’ “maudit”. Il fatto è che lui è davvero così, non è una finta, è capace di partire per la tangente con una delle sue dissertazioni sul significato della parola “notte” mentre si sta parlando di tutt’altro, e comunque ottiene il silenzio intorno a sè. Certamente beve come una spugna, anche se, per sua stessa ammissione, ai concerti non sgarra per ovvie ragioni di precisione musicale. E glielo si perdona tranquillamente, perchè in fin dei conti è un bambino, innocente e malizioso come un dodicenne al primo bacio “vero”; è vulnerabile, ma corazzato dalle sue passioni e dalla sua certificata sregolatezza, che lo rendono inavvicinabile dal comune sentire. E’ l’icona del poeta fin-de-siècle, ma che non scorda di vivere in contrada Chiavicone…

Non l’ho più rivisto, quando viene a Torino non mi perdo un concerto, ma non vado a salutarlo, perchè so che non si ricorda di me. Come potrebbe? A me, però, piace pensare a lui come un amico, perchè quando ascolto le sue canzoni è come se parlasse direttamente a me.

E io ascolto i suoi racconti di notti infinite, di telefoni che squillano a vuoto, di storie che passano sotto la finestra e finiscono altrove, di glorie di provincia, assoluti padroni della noia e dei banconi dei bar, di fughe improvvise e amici che non tornano, di feste di paese e ostinate illusioni, di gioia forzata e tristezza salvatrice…

p.s.: la foto è tratta dal sito ufficiale

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musica, maestro!

Dicevo, canto in un coro gospel.

Tre anni fa, quando dovetti lasciare la danza per raggiunti (e superati) limiti di età e non potendo proprio starmene a casa buona buona, mi dissi: è il momento di sfruttare altri talenti.

La scelta non fu difficile: musica. Considerando, però, che non sapevo leggere gli spartiti, nè suonare alcuno strumento, nè avrei saputo scegliere un genere specifico (non è sano fare i rockettari a trentacinque anni, nè pensare di suonare il flauto traverso nella filarmonica di zona…), non restava altro che il canto. Corista in un gruppo? Solista al karaoke? Non era cosa… A me piacciono i musical, ma è un genere che da queste parti non funziona gran che… così mi affidai a san Google, e finii su un bel portale che riunisce tutti i cori del piemonte.

E’ bastato farsi un giro lì per trovare quello giusto: un coro gospel, di quelli non troppo fanatici, nè troppo invasati dal punto di vista religioso. Semplicemente, un coro a cui piace la musica “black” e che canta con un ingombrante ma spiritoso mantello rosso.

Ho scritto una mail, e sono stata invitata al loro concerto, dopodichè la direttrice (una tipa tosta!), con una semplice chitarra mi ha fatto cantare una bella scala, di quelle che usano i cantanti per scaldare la voce, salendo di un tono ogni volta: do, do diesis, re, mi bemolle, fa, fa diesis, ecc… e io salivo, senza nemmeno rendermi conto… risultato: “sei un soprano, le prove cominciano la prossima settimana”

Evvai! In tre anni abbiamo fatto un sacco di cose, concerti, viaggi (abbiamo cantato a Praga ai mercatini di Natale, così, in strada.. ed abbiamo pure racimolato qualche soldino!), corsi, iniziative… come quella volta che abbiamo cantato, il due di novembre, per una associazione che incentiva la cremazione (altro che macabro!), oppure quando ci hanno chiamato a cantare per le olimpiadi invernali, durante le famose notti bianche (e gelide!), oppure quando sono venuti i Neri per Caso a fare uno stage di canto, con concerto finale.

Cantiamo senza strumenti, solo voci e percussioni, uomini e donne, e non soltanto gospel, anche brani contemporanei, jazz, pop. Ci divertiamo un sacco, forse perchè non ci prendiamo troppo sul serio, e cerchiamo di divertire chi viene ad ascoltarci…

una prova? eccola:

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