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da qui….

Questo è stato il panorama delle mie vacanze, la vista dalla terrazza su cui si faceva colazione tutte le mattine… un posto magico, e tranquillo…

Non ho salutato la blogosfera, non ho detto “vado via”, perchè in realtà pensavo di poter connettermi e farmi viva anche di là, grazie alla meravigliosa tecnologia che sta rinchiusa in una chiavetta…. non ho fatto i conti con le vetero-connessioni dell’isola sarda, che mi hanno fatto imbestialire ed imprecare per un po’, poi mi sono arresa ai ritmi “easy” ed ho rimandato al rientro… perciò eccomi qua, con un bottino di pensieri e fotografie, di sorrisi e di pagine di libri (e un anno di più: ora sono 39!).

Con calma però, che qui i ritmi non sono affatto “easy” e mi si sono accumulate parecchie cosette… un saluto ai viandanti, ai ritornanti ed ai permanenti….

Gialli da pausa pranzo

E’ arrivata l’estate, e con essa, inesorabile, il palinsesto da svacco televisivo… inclusa l’immarcescibile Jessica Fletcher, alias la Signora in giallo.

Chiunque resti a casa intorno alle 12.30 sa di cosa parlo: telefilm anni ‘90. gialli, assassini, indagini alla Miss Marple. Le stesse puntate da anni, facce che ormai sono diventate familiari… ma allora perchè mi ritrovo sempre a guardarli?

Tento una scomposizione della puntata-tipo:

- ore 12.30, introduzione dei personaggi, con particolare risalto della futura vittima, che di solito è antipatico a parecchia gente, si comporta da bastardo e si crea in dieci minuti uno stuolo di nemici. La signora vive a Cabot Cove, nel Maine, luogo ameno e piccolo, pertanto dopo i primi quindici omicidi e considerando che la popolazione cominciava ad avere seri problemi numerici, lo svolgimento si è spostato a New York (che tanto ce n’è da far fuori….), ipotizzando il successo della signora scrittrice di gialli ed il necessario spostamento in grande metropoli. Inoltre, la nostra eroina ha una pletora di amici e parenti sparsi in giro per l’emisfero nord del mondo, e come il prezzemolo si fionda come ospite di uno o dell’altro, con pretesti vari, sfoggiando tailleurs che farebbero impallidire la regina d’Inghilterra

i personaggi di contorno, tra cui l’assassino, vengono descritti con forti caratterizzzazioni: l’ingenuo/a, lo straniero, il polemico, la padrona di casa, l’amico, la pecora nera…

- ore 12.55, ritrovamento del morto, solitamente con urli e schiamazzi vari, e conseguente accorrimento della polizia. Da notare che il commissario/investigatore è solitamente inetto, qualche volta prevenuto nei confronti della instancabile signora, ma sempre parecchio miope, visto che i particolari importanti li becca sempre lei…

- ore 13.05, l’indizio rivelatore viene proposto al pubblico, e regolarmente nessuno lo nota, pur essendo praticamente incorniciato da una fila di lampadine a intermittenza. Nel frattempo si procede ad incarcerare il sospettato maximo, che ovviamente è a) innocente b) amico della Fletcher. Conseguente sbattimento della suddetta signora, che si prodiga per scagionare l’amico.

- ore 13.15, la signora ha un’illuminazione grazie ad una frase che qualcuno inavvertitamente proferisce: si assiste alla trasformazione del suo volto (in questo è bravissima), con conseguente fuga in silenzio verso il telefono o similia

- ore 13.20, scatta la trappola: madame Fletcher ordisce il trabocchetto atto a far impappinare l’assassino, solitamente in un salotto o studio atto all’uopo, con relativa ricostruzione minuziosa, smentita dell’assassino e conseguente confessione, sempre tutto in toni da bon-ton, senza mai alzare la voce o (peccarità!) sporcarsi i vestiti

- ore 13.25, gran finale con scagionamento dell’amico e tarallucci e vino finali
Visto uno , visti tutti. Cambiano i contesti, i luoghi, gli ambienti, ma il succo resta: la certezza del finale, la sicurezza che i cattivi verranno assicurati alla giustizia e non faranno nemmeno troppa resistenza. Insomma, un calmante per l’anima, per i nostri affanni di spettatori e cittadini di ben altri mondi, in cui la giustizia sembra essere latitante il più delle volte e per alcuni addirittura un mostro da combattere.

Lo so, non sono originale, l’hanno già letto e recensito tutti, ma ci terrei a dire due cosette.

Ordunque… il libro di Sam Savage, Firmino, è un boom mediatico, ne parlano persino i giornaletti gratuiti della metropolitana ed io, solitamente snob in fatto di letture, non avevo nessuna intenzione di leggerlo. Poi mio marito me l’ha regalato, dicendomi che il muso di Firmino in copertina gli ricordava il mio sguardo smarrito di quando finisco un libro che mi piace particolarmente… (non so se è un complimento, io comincio ad insospettirmi). Così ho dovuto leggerlo, e non mi è piaciuto, almeno non quanto pensavo potesse piacermi un libro che parla di libri.

E’ superficiale, ecco. Dovendo parlare di passione per la lettura, e di quanto questa possa sostituire il cibo, avrei chiesto di più ad un romanzo che, palesemente, non si fa scrupolo ad alterare la logica del mondo reale. Invece il tono è dimesso, piatto, il libro è noiosissimo in certi punti, carino in altri, ma sempre trattenuto, come se, volutamente, l’autore avesse omesso di raccontare qualcosa di importante.

E poi, non è un topo, ma un ratto, una pantegana! Come si fa ad affezionarsi ad un soggetto così? Capisco che sia voluto, e che sia proprio il contrasto a ricercare l’empatia da parte del lettore, ma proprio non gliela fo’ a pensare ad un ratto come anima delicata…

Detto questo, non è un libro da buttare via e basta, è carino in certi punti, ha buone suggestioni, ma sempre molto americane, se questo termine ha un qualche colore assoluto…

Sarà un frutto malato del mio passato di ballerina, ma com’è che tutte (TUTTE) le volte che passano Dirty Dancing alla TV lo riguardo, e tutte le volte finisco in un lago di lacrime?

Attacco di pensieri…

Oggi, dopo l’ennesimo cliente che mi dice la stessa cosa (“domani parto, ci vediamo a settembre”), un pensiero fastidioso è iniziato ad insorgere….. dal mio balconcino di osservazione, noto che un popolo di cittadini a disagio non vede l’ora di fuggire da questo paese allo sbando, tutti insieme ed a precipizio, allungando a dismisura i tempi delle vacanze, pur di dimenticare dove si vive e perchè si sta così male.

Il disagio di essere in un posto che non ci piace, che non ci somiglia e che vorremmo tenere a distanza come lo zio alticcio al matrimonio di tua sorella, facendo finta di non appartenere, di essere di ben altra estrazione….

E invece siamo qui, italiani con l’acqua alla gola (sperando che sia solo acqua), invisi al mondo come coloro che se la prendono con i rom, pur di non affrontare i veri problemi; che credono di scovare i cattivi davanti a Striscia la notizia; che si affidano ai tg come all’oracolo di Delfi; che devono prendere lezioni dalla polizia di un piccolo paese della Spagna per imparare come si fa a prendere un assassino.

E’ così, siamo senza obiettivi, la nostra unica meta sono le agenzie di viaggio, la fuga, l’altrove… altro che bel paese!

Invece io al mio paese ci tengo, sono innamorata del mio mondo, della mia terra, di ciò che vivo quotidianamente, e se sto in vacanza per più di quindici giorni comincio a fremere (e tutto questo senza votare Lega e senza avere settant’anni)… sono io quella diversa?

Chi compra la piantina?

ovvero

Fenomenologia del cliente agricolo.

Non è vero che i contadini sono estinti, non è vero che nessuno coltiva più i campi e produce verdure.

E’ vero che il mutamento arriva anche qui, sotto i cappelli di paglia e dentro gli stivali di gomma.

E’ vero che non ci sono più quei contadini, miti, calmi, sereni, con la vanga in mano e il fido cagnolino al fianco.

Ci sono altri contadini:

- i levrieri, contadini della domenica, sempre indaffarati durante la settimana a fare altri lavori, altre vite, che arrivano qui con gli abiti da città e le domande sempre uguali: cosa devo fare? che cosa si pianta adesso? quando devo irrigare? donne, uomini, con nel sangue la passione della terra, ma che l’hanno relegata in fondo ad un weekend, polmone per rifiatare il resto della vita.

- le tartarughe, vecchietti in pensione, pignoli, precisi, con un sacco di tempo davanti e poco da fare, che stanno alla finestra ad osservare l’orticello che cresce, che appena vedono spuntare un filo d’erba accorrono con l’artiglieria e lo annientano, con la stessa violenza con cui sparavano ai tedeschi nella grande guerra. Per loro mai nulla è abbastanza bello, abbastanza rigoglioso, abbastanza grande. Nel loro immaginario accumulato negli anni, gli ortaggi sono debordanti quadri di Arcimboldo, quintessenza dell’abbondanza, mai meno che perfetti, senza macchia, senza imperfezioni. E se le patate hanno i parassiti? Niente paura: un bel litro di veleno, e sono morti. La loro domanda ricorrente è: quale antiparassitario devo dare? quale concime? La loro fede nella chimica ha davvero qualcosa di ultraterreno. E se provi a parlare loro di agricoltura biologica ti guardano come se fossi un poveraccio….

-le volpi, quelli che hanno il figlio contadino, impiegati in pensione prestati alle passioni filiali, che vengono sguinzagliati a destra e a manca ad acquistare le cose necessarie, ma che ritengono che, in fondo, il figlio non ne capisca gran che, e fanno di testa loro, scelgono, contestano, modificano, salvo poi dover tornare a cambiare, per amore di genitori, appunto. Una domanda su tutte: mi aiuta a distinguere le varietà?

- i “can da pajè” (vedi Paolo Conte…): figli di contadini, contadini essi stessi per pigrizia di studi, di vita, di comportamento. E’ più semplice continuare a fare quello che faceva papà, anche se non è propriamente il sogno della mia vita… così il lavoro diventa un peso, una cosa da finire il più presto possibile, per poi andare a stordirsi di musica e birra da qualche parte. Le piante? Ne metto due o tre per far vedere che ci sono, poi compro la verdura che arriva dal Marocco, che costa meno e ci guadagno di più… domanda ricorrente: quanto mi costa?

- le mosche bianche, quelli che l’hanno scelto e che sperano di viverci, di solito sotto i quarant’anni, rigorosamente produttori biologici, tutti decisi a cambiare il mondo partendo dalle zucchine. Qui occorre fare un’ulteriore divisione tra i (pochi) normali contadini moderni, colti, attenti e preparati (ed alcuni anche piuttosto carini…..), e i fanatici del biologico/natur/olistico/mistico. Questi li riconosci dal vestiario, sempre molto freak anni ‘70, sandali, gonnoni, pantaloni bianchi, arrivano sui furgoni volkswagen color azzurrino, su vecchie prinz familiari, oppure, se evoluti, su macchine bipower. Alcuni sono davvero simpatici ed autentici, altri molto rovinati da letture tipo “due di due”. Le donne hanno i capelli rasati corti, assolutamente non tinti, ed il passo raso terra di chi non sa nemmeno cosa siano i tacchi; gli uomini sono più mimetizzati tra i normali, tranne alcuni, solitamente più vecchi, che vanno in giro con certi medaglioni appesi al collo che nemmeno Sai Baba… tutti ti chiedono sempre l’unica cosa che non hai, tipo il dragoncello francese (non russo, per carità!), o la melanzana tigrata (che esiste davvero, peraltro…)

La mia vita passa attraverso il contatto continuo e costante con queste persone, alcune con storie pazzesche da raccontare ed un bel modo di farlo, altri con la spocchia di chi si rivolge alla ragazza (finta-giovane) alla quale difficilmente si dà retta, ma la cosa più affascinante è cogliere la storia e la vita che ti passa accanto, con la scusa di vendere una piantina di pomodoro…

Massima di nuovo conio

“Per essere dei buoni scrittori occorre avere poco da fare”

Riflettevo, in questi giorni di totale frenesia lavorativa, sul fatto che, quando il tempo scarseggia, anche le idee si fanno sfilacciate e latitanti…. È come se ci fosse una diga, che impedisce ai pensieri di concretizzarsi e farsi avanti, costituita dalla consapevolezza che, tanto, non si avrà il tempo di sviluppare il concetto così come si vorrebbe… e allora rompo la diga, mi obbligo a scrivere almeno queste poche righe per togliere questo benedetto tappo ai pensieri che si affollano, che qui dentro alla mia testa comincia ad esserci un po’ troppo casino…

(Forse il termine “scrittori” era un po’ troppo pretenzioso, ma si sa, le massime devono sbracare un po’, altrimenti che massime sono?)

Colto al volo…

Devo proprio comprare una macchinetta fotografica digitale, o un cellulare che fa le foto.. ci sono volte in cui vedo delle cose e vorrei condividerle, ma come si fa solo con la descrizione?

Ad esempio, ieri mattina, imbufalita dalle continue interruzioni stradali causa stato d’allerta alluvione, inverto la direzione per la seconda volta, alla ricerca di un itinerario sicuro, quando mi si para davanti un TIR, di quelli col rimorchio. Ovviamente lo lascio passare, e sulla porta dietro leggo questa frase, scritta in rosso e bello grande:

DOVE FINISCE IL PADRINO, COMINCIA “BACIAMO LE MANI”

La mia innata curiosità e la spiccata tendenza a farmi i fatti altrui hanno cominciato ad agitarsi come cani in urgenza igienica…

Cosa vorrà dire? Perchè una scritta cubitale senza apparentemente un senso? E’ un messaggio in codice per qualcuno?

E lì è partita la mia immaginazione romanzesca, parandomi davanti un’intera famiglia di camionisti, magari siculi, magari calabresi, grossi, tatuati, canottiera d’ordinanza, barba di tre giorni, puzza grassa di fumo addosso, decisi ed intenzionati a fare danè… che si fa per aumentare la finanza?

Si allude, ci si mette in pole position per essere scelti come picciotti fidati… un chiaro segno distintivo, et voilà, eccoci pronti per trasportare amianto oltreconfine.

Però, penso, anche picciotti con una certa cultura cinematografica, che citano un capolavoro, e che sanno cogliere frasi storiche… e così ecco che spunta dal solito angolino del cervello un nuovo personaggio: il fratello giovane, occhialuto, un po’ nerd (per la definizione vedasi questo), che, costretto dai fratelli grossi, suggerisce la frase, l’allusione, e magari fa anche vedere il film ai bestioni, i quali si appassionano ed imparano a memoria tutte le frasi…..

La storia finisce, sono arrivata a destinazione. Potenza dell’immaginazione, che ti fa guidare per un’oretta senza nemmeno sapere dove sei passato e come sei arrivato…

(Tempo fa scrissi che canto in un coro gospel, ma non ho mai raccontato nulla…

credo sia giunta l’ora.)

Un coro è una faccenda seria: bisogna imparare a vivere in comunità, a stare attenti ai bisogni degli altri, e mettere d’accordo tutti e tutto… mica facile!

Soprattutto quando l’età media si aggira intorno ai 40 / 45, e ti ritrovi davanti uomini e donne fatti, con una storia, relazioni, personalità consolidate e un po’ esibizioniste (altrimenti farebbero il club del lavoro a maglia….)

Ci si trova il venerdì sera, con i nostri bravi foglietti vergati da tante zampette nere, qualcuno addirittura con il leggio… la maestra con la chitarra, tutte le sedie disposte ordinatamente a semicerchio, in due file: prima fila donne, seconda fila uomini.

Si comincia: riscaldamento, ripasso, studio del brano nuovo, correzione degli errori… detta così, una noia abissale.

In realtà, come in quasi tutte le cose, è il materiale di cui siamo fatti che determina la trama di un’avventura: questo coro è una manica di pazzi, letteralmente. Funzionalmente al gruppo, ciascuno ha il proprio ruolo:

- il leader: “Occheei, adesso si canta, basta cazzeggiare! Per favore cercate di non cantare come una parrocchia, impegnamoci a migliorare, grazie!”

- il polemico: “Non sono d’accordo sul fatto di impegnarsi, ognuno dà quello che riesce, in fondo siamo solo dilettanti!”

- il lecchino: “Ha ragione la maestra, dobbiamo impegnarci di più e studiare”

- la saputella: “IO studio sempre, dove sta il problema?”

- il divertente: “Il problema sta nel fatto che dovresti studiare anche le nostre parti”

- lo smargiasso: “A me non serve studiare, sono bravo di mio”

- il timido: “…….cantiamo?…….”

E poi c’è la diva, la vecchia signora piena di paturnie/passioni, lo scapolo in caccia, la zitella disperata… un teatrino di varia umanità, bello e pronto e scombinato.

Se non fosse che, quando alla fine si canta, il risultato è a volte miracoloso, e finalmente si capisce il vero senso del “fare musica”. Ci sono volte in cui la magia è palpabile, quando questo o quel brano vengono particolarmente bene, o quando tutti insieme si canta qualcosa in cui crediamo veramente… un magico pentolone da rimestare con attenzione, che nulla ha a che vedere con il cantare da soli, perchè “l’insieme è molto di più della somma delle parti”.

ingredienti…

… farina 00, amido di mais modificato, zucchero.

- Mi stai a sentire? ti sto dicendo che così non va…
… cacao, burro vegetale idrogenato.

- Possibile che non si riesca a fare un discorso sensato, con te?

Cosa devo dirti, amore mio, che non voglio starti a sentire, che mi sembra di allontanare il momento della verità, che da oggi in poi gli ingredienti di questi biscotti mi resteranno impressi nella mente a lettere chiare, forti, che mi ricorderò della scatola, della posizione della tazza sul tavolo, dell’odore di caffè, della luce pallida di questa mattina piovosa… il giorno in cui ci siamo lasciati.

Doveva succedere, prima o poi. Non so tenere nulla, che sia un oggetto, un pensiero, una persona. Non possiedo nulla, e nulla avrò alla fine. In questa fine.

Tua è la casa, tua la tazzina, tuoi anche questi biscotti. Io possiedo solo me stessa e questo quadernino.

Mi alzo, pesante il gesto, severo il momento.

Vorrei avere qualcosa da dire, qualcosa che possa farti dire, domani, “certo che quella ragazza aveva cervello…”, ma niente, non penso a niente, niente mi affiora, solo “burro vegetale idrogenato”….

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