Ieri sera ho fatto pace (in parte) con la mia idea di televisione: la puntata speciale di Ballarò dedicata a Mario Calabresi ed al suo libro era veramente una voce che grida nel deserto dei grandi fratelli…
Quando si parla di terrorismo io vengo colpita nell’animo, direttamente ed immediatamente. E’ un argomento che mi ferisce, mi tocca e mi fa arrabbiare, nonostante il tempo trascorso e l’urgenza di altri temi, ora, che sono più stringenti ed attuali per la nostra vita sociale… ma io continuo a pensare che occorre ricordare e fare tesoro di ciò che accadde.
Il motivo per cui mi tocca così profondamente è il mio primo fidanzato “serio”, che si affacciò nella mia vita dai 18 ai 22 anni: era figlio di un magistrato di Torino, famoso per aver contribuito in maniera massiccia ai processi a Prima Linea. Quando lo conobbi io era ormai passata la paura, si era nell’86, ma il padre aveva ancora la scorta e sul campanello del palazzo non compariva il nome, così come non compariva il numero sull’elenco telefonico.
Tutte le mattine il padre accompagnava i figli a scuola con la scorta, ogni volta con un percorso diverso. Ricordo le facce annoiate degli agenti di scorta fermi al portone; salvo quel mezzo sorrisetto di riconoscimento quando diventai una frequentatrice abituale della casa. Il mio fidanzato mi diceva che la noia era una piacevole novità, per loro e per gli agenti, e che fino a qualche anno prima le facce erano molto più nervose, e le procedure per entrare in casa più complicate. Anni dopo, a processo concluso, suo padre scoprì l’”inchiesta” che lo riguardava: un dettagliatissimo rapporto di pagine e pagine su tutte le sue abitudini e su quelle dei famigliari: quando e dove, ma anche perchè. Lo avevano condannato a morte. Sapevano tutto, sapevano i nomi degli agenti, delle maestre dei figli, delle colleghe della moglie, degli amici.
La tua vita squartata e messa a verbale, come su un tavolo d’autopsia. Perchè? In nome di che cosa?
Lui era davvero una forza: quando raccontava di Marco Donat-Cattin e dei suoi compari era impossibile non starlo a sentire, la passione per il suo lavoro, per la lotta agli ideali distorti di una generazione, per la giustizia. Era pieno di fervore e attento al mondo intorno a lui. Era un padre dilagante, debordante, sovrastante… non si poteva prescindere dalla sua visione, dalle sue idee, con tutto ciò che da questo derivava.
Questo non poteva che avere ripercussioni sulla vita sociale di questi tre ragazzi: sempre sul filo del silenzio, sempre attenti a chi stava loro intorno, scortati, guardinghi, prudenti. Il mio fidanzato era comunque riuscito a ritagliarsi uno spazio: studiava diligentemente, era bravo, suonava la chitarra, faceva volontariato (e io lo conobbi così), mai sopra le righe… tranne che nella scelta degli amici: si era circondato di sbruffoni, gente che si faceva bella con le ragazze raccontando “io conosco il figlio di…”, inventando particolari, imbonendo le folle. La necessaria trasgressione ad una vita compressa passava da quegli amici, suo malgrado.
Poi il tempo passò, il padre non fu ucciso, la scorta non c’era più e lui passò ad altri incarichi, più tranquilli.
Io presi altre strade e la storia finì… ma lo stretto contatto con questa famiglia mi ha dato un punto di vista sulla faccenda: trovo ingiusto che gli ideali distorti di un gruppo di ragazzi ricchi abbia così condizionato la vita di queste persone. Ora due figli su tre sono avvocati, ed io non posso fare a meno di pensare che le attitudini e le inclinazioni sarebbero state molto più varie e differenziate se fosse stata loro concessa una normale vita di adolescenti. Penso che il terrorismo sia anche questo: altri decidono al posto tuo, e tu non puoi fare altro che adattarti.
Ho letto la stessa rassegnazione negli occhi di Mario Calabresi, ed è questo che mi ha davvero colpito.

cara paoletta,
sento proprio questo, sai?
ma adattarsi non va bene
ci sono persone che si sono battute anche contro questo adattamento
la rassegnazione non può vincere
(non esiste una normale vita di adolescenti, o meglio io non la conosco… quindi posso solo supporla.)
Quasi in contemporanea…un post analogo al mio…
Se la rassegnazione negli occhi di Calabresi l’ho colta anche io ed in fondo puó essere comprensibile, occorre non tacere per far sí che non dilaghi.
d’accordissimo, emma e ste. bisogna parlarne, non dimenticare e non fare finta che non conti più per noi
è per questo che ho scritto e che sono grata a quel giudice per il lavoro che ha svolto
Per caso, ma il caso ci vede benissimo, arrivo sul tuo blog e ho letto d’un fiato il tuo ricordo. Anch’io ho vissuto quegli anni, nel limbo di chi non faceva niente ma la cui vita veniva inevitabilmente condizionata. Vivevo a Milano Città Studi e poi alle superiori in scuola estremamente politicizzata, non facevo attività di nessun tipo, ma ricordo che condizionamenti, che vincoli, che possibilità mi hanno rubato gli anni di piombo. Si viveva in attesa che finisse. Si viveva nella paura. Ho letto il libro, ho rivisto e rivissuto altre mille volte nella testa la mia adolescenza turbata da quegli eventi. Ricordo i morti. Ricordo il tempo e la partecipazione che il terrorismo ci ha tolto. Non ho nessuna nostalgia, nessuno mi convincerà mai a avere comprensione possibile per chi uccideva per folli e inattendibili progetti.
MA non dobbiamo dimenticare. Per questo ho letto con piacere il tuo post. E soprattutto non dimenticare chi invece è stato ben presto dimenticato: le vittime e i loro familiari. E’ un pezzo di nostra democrazia che si perde. Abbiamo sempre il dovere di capire e di non scordare. A presto e grazie
grazie under, e benvenuto!
attenzione al qualunquismo però, debbo dirlo, mi viene…
vero emma, è per questo che mi sono attenuta alla mia esperienza personale, proprio per non pontificare su massimi ed inutili sistemi…