( Ho meditato a lungo sull’opportunità di raccontare quello che segue, per varie e comprensibili ragioni… alla fine ho deciso)
- Ciao.
- Ciao, dove sei? Sono le otto passate…
- Paoletta, devo dirti una cosa, ma è meglio che ti sieda
- ..
- sono in ospedale.
- Per tuo fratello, come sta?
- Lo operano domani, d’urgenza, sembra che il tumore sia piccolo e circoscritto, dicono che non sarà un problema…. Ma non sono qui per questo
- Senti, dimmi che succede e facciamola finita
- Sai quel fastidio che sentivo… visto quello che è successo mi sono fatto visitare, ho anch’io lo stesso problema di mio fratello: tumore al testicolo. Mi trattengono qui.
A quel punto il ronzio nella mia testa diventò talmente forte che non riuscii più a capire cosa mi diceva mio marito. Misi giù la cornetta, mi restò sufficiente lucidità per organizzare il soggiorno di mia figlia presso la nonna, raccattare qualche indumento per lui, un paio di ciabatte, uno spazzolino, ficcare tutto in una borsa e partire alla volta dell’ospedale.
L’ecografia aveva rivelato una formazione neoplastica al testicolo sinistro. Impossibile sapere la natura del tumore prima di operare. Questi i dati medici, che allora capii sino a un certo punto. Quello che capivo era che mio marito e suo fratello avevano lo stesso tipo di tumore, scoperto in contemporanea e che sarebbero stati operati a distanza di pochi giorni.
Nella testa rimbombava una sola parola: tumore. Quanto può terrorizzare un semplice insieme di sillabe? Quanti mondi si possono aprire al solo pronunciare la parola magica: tumore. Apriti sesamo.
Corsia di ospedale, medici in verde, sguardi sorpresi delle infermiere. Caso clinico.
Il primario dell’ospedale sembrava felice di avere per le mani un caso così singolare: due fratelli, entrambi oltre i 35 anni, entrambi affetti da una patologia che non presenta familiarità… (e dallo stesso lato!); praticamente un colpo di fortuna.
Per chi?
Da quel momento iniziò un periodo sospeso nel tempo e nello spazio, di cui ricordo esattamente ogni particolare, compresi i vestiti che indossavo in ogni momento. Tra visite e colloqui arrivò il 29 dicembre, poi il 30. Mio cognato subì l’intervento e trasferito in un altro reparto. Il nostro reparto era praticamente chiuso per ferie: mancavano anestesisti, infermiere, la caposala era in ferie. Il primario ci dimise, era inutile stare lì: l’operazione era fissata per il 2 gennaio (anestesista furioso per aver interrotto la settimana bianca…)
Tornammo a casa, e fu il capodanno più strano di tutti: io ero stranamente posseduta dal genio della praticità: niente smancerie, niente fronzoli, solo cose concrete.
Lui non dormiva, ed era incazzato nero. Non si spiegava le ragioni di un’odissea del genere, e soprattutto non riusciva ad accettarlo. Mia figlia, a tre anni, non sapeva spiegarsi il clima pesante che si respirava in casa. Cercavamo di farla divertire, mia sorella la portava al cinema, alle giostre, dovunque… e lei voleva stare con papà, chiedeva continuamente di lui.
La sera di Capodanno rientrammo in ospedale, con addosso una sensazione di cose definitive: lui sempre arrabbiato, io sempre miss praticità. La sera del 31 l’avevamo passata a casa di amici al corrente della cosa, ma resistemmo poco: a mezzanotte e cinque minuti scappammo a casa, non c’era gran che da festeggiare.
Ora, invece, sentivamo di essere ad un vero capodanno: da allora lo spartiacque del nostro passato sarebbe stato questo intervento.
I miei suoceri furono ansiosamente presenti la mattina dell’intervento. Passai più tempo a confortare loro che a ragionare effettivamente su quello che stava accadendo. Meglio così. Mia suocera si esibì in tutte le tipiche ansie da mamma, compresa l’idea di segnare con un pennarello il lato giusto, “per evitare errori”. Mio marito attraversò a piedi il corridoio dalla stanza alla sala operatoria. Con uno sguardo un po’ allucinato mi disse “Dead man walking…”
Andò bene, era solo una piccola operazione, in fondo, solo un’estirpazione da poco. Ora cominciava l’attesa della biopsia, il verdetto finale. Quando? “Quindici giorni in normali condizioni, con le vacanze, non si sa” Aspettiamo. A casa, però. Iniziò un periodo di cene e pranzi tra amici. A distanza di quattro anni ricordo solo la costante presenza di qualcuno in casa, tutti intenti a parlare d’altro. La regola non scritta, in questi casi, è “sviare il pensiero e le conversazioni”. Bisogna tenere allegro il malato, parlare d’altro con forzati allegri sorrisi, fare il maggior rumore possibile, stancare e strapazzare il convalescente, ma sempre senza mai nominare “quello”. A me dette fastidio, e molto, che tutti si sforzassero di non parlare dell’unica cosa che importasse, di quell’unica che impediva a mio marito di dormire la notte.
Alla fine l’esito arrivò: la faccio breve, il tumore era un seminoma, non uno dei peggiori, estirpato quasi in tempo. Il “quasi” significava che qualcosa era ancora attivo e che andava combattuto: radioterapia
Di nuovo ospedali, di nuovo sguardi stupiti, tempi eterni di corsie e pietà.
Restava il dubbio: sarà tutto normale, ancora? Potremo avere altri figli?
La risposta era sì, e ci provammo subito, prima della radioterapia, forse in cerca di rassicurazioni. Andò bene, ed io cominciai a coltivare una vita nuova, frutto di uno spavento… ma non era finita. Gli esami del feto riportavano problemi, forse sindrome di Down, sicuramente un piccolo sfortunato…
- Signora, dovremmo pensare all’aborto terapeutico.
(No, usate altri termini, non ha nulla di terapeutico tutto ciò). Ci pensai, ma davvero non sapevo dove sbattere la testa. Come fai a decidere una cosa simile, soprattutto pensando che potresti anche non avere un’altra possibilità? Ancora oggi non so cosa avrei deciso….
Decise la natura. Aborto spontaneo.
Un altro ricovero, stavolta il mio, tre mesi dopo quel capodanno da vertigine degli abissi. Un giorno di ospedale, accudita, coccolata, compresa, poi tutti a casa senza pensieri, a rimettere insieme i pezzi e contarci le ferite…
Sono passati quattro anni, e non ci è permesso dimenticare, grazie ai controlli periodici di mio marito, e grazie ad Alice, la nostra bellissima bimba di due anni e tre mesi, nata dopo lo spartiacque.
Il tempo passa, aggiusta, ricopre, sistema… In questi giorni, però, mi torna tutto alla mente. Dovevo raccontare.

cara paoletta, in questo momento provo grande ammirazione per te e per il tuo coraggio. non è certo facile riuscire a parlare di argomenti delicati, difficili e personali come questo.
il dolore ha un sapore troppo amaro e le parole che lo raccontano non potranno mai essere più dolci…
ma tu hai fatto bene a raccontare se questa era la tua necessità, a volte anche le parole amare, uscendo, possono far spazio a pensieri migliori…
un abbraccio
ciao paoletta,
se hai scritto, credo, il raffiorare dei ricordi non sia più letale adesso, probabilmente il leggere post sulle donne e sugli aborti ti ha aiutata in questo senso (la zau terapizza sempre e lo fa da dio).
detto questo gli ospedali sono luoghi difficili, ma nelle feste diventano pestiferi, in queste li ho frequentati anch’io e l’odore che ti rimane addosso è una cosa tremenda, batte quello di treno (questo per farti sorridere)!
ieri ho scritto che sei morbida e pacata, continuo a dirlo, anche adesso e ti abbraccio ricordandoti che nulla è dovuto, se hai raccontato e condiviso un motivo oltre al dovere esiste.
@pigra, grazie dell’abbraccio. sono sicura che il bisogno di raccontare sia nato anche dalla consapevolezza di avere imparato qualcosa da quella storia, ma ci sto ancora meditando…
@emma, sì, è stata zaube, con il suo post sull’aborto, e tutto quello che si dice in questi giorni sull’argomento, a convincermi a “buttar fuori”, anche se so che è un argomento assai ostico… ed ho abbreviato per non annoiare tutti… grazie anche a te!
Oh cavolo, non sapevo che avessi scritto questo post.
scrivere
Riscrivere
Riscrivere
Fa male ma fa bene
Mi spiace però per questa cosa, deve essere stata un astrada così lunga:( Ma è passata e mo tu sei forrrrrte!
@zaube, è passata, è vero. ti devo ringraziare, mi hai dato lo spunto per raccontare!
…Hai fatto bene a scriverlo.
Io te ne ringrazio, intanto.
Un abbraccio e un “coraggio”, che non finisce mai di servire.
@miche, grazie. oh, non ti fare impressionare, eh!