Scrivo per ricordare e per raccontare un mondo che non c’è più…. la mia scuola elementare.
Era un edificio piccolo, con due stanzoni grandi, uno al piano terra, l’altro al primo piano, bagno, scale. Fine. Niente atrio, niente uffici, aule didattiche, laboratori, mense… era semplicemente la scuola elementare di una piccola borgata.
Ci andavamo a piedi, le macchine erano poche e andavano piano, si stava solo la mattina e alle 12.30 tutti a casa!
La mia era una pluriclasse: eravamo talmente pochi che la maestra era una sola, dalla prima alla quinta, per quattordici alunni, ma eravamo organizzati alla perfezione: la prima copiava l’alfabetario, la seconda faceva il problema di matematica, alla terza la maestra spiegava storia, la quarta faceva il tema, la quinta educazione artistica. Poi si ruotava.
Succedeva così che io, in prima, sapessi già chi era Cleopatra e non avessi alcun problema con le sottrazioni. La maestra era una tipa più che in gamba, sapeva ottenere il silenzio e gestire le diverse attività (oggi diremmo che era multitask!)
Ricordo l’armadio che c’era in un angolo: era pieno di libri di lettura, che io avidamente cercavo in ogni momento e leggevo di nascosto sotto il banco. Ricordo ancora l’emozione di certi libri che mi sono rimasti nel cuore proprio perchè letti sotto il naso della maestra: le favole di Esopo, la storia di Parsifal, Alice nel paese delle meraviglie, Pollyanna…
In terza, dopo l’esame di seconda (fummo gli ultimi a farlo), si passò al piano di sopra. Gli alunni erano aumentati, e ci dividemmo in due: prima e seconda al piano terreno, terza quarta e quinta al piano di sopra, con i banchi nuovi! Anche la maestra era nuova, arrivata dalla Calabria apposta per quella piccola scuola, totalmente disorientata e persa, al punto tale da non capire che quel piccolo paese non era ancora pronto per entrare negli anni settanta da un giorno all’altro. Lei introdusse il tempo pomeridiano, le attività complementari, i sussidiari (!), e i genitori insorsero perchè la maestra nuova non insegnava bene l’italiano, voleva cambiare cose che erano così da anni, e via discutendo…
Ovviamente, queste cose le capii anni dopo. Lì, in quei momenti, non afferravo il problema. La maestra non mi piaceva perchè mi beccava sempre i libri e me li toglieva, ma per il resto mi sembrava simpatica, e devo dire che non avevo grandi problemi di rendimento… un giorno in classe arrivò la bidella, sconvolta e in lacrime, ad annunciare che avevano rapito Moro e che erano morte delle persone.
Moro, BR, rapimento. Tre parole che nessuno di noi sapeva collocare. La maestra ci spiegò, ci disse che Moro era una persona importante e che era stato preso, nascosto e che nessuno poteva sapere dov’era, neppure la sua famiglia, neppure il Papa, ci disse che erano morti dei poliziotti che lo scortavano, e che le persone che avevano fatto tutto questo erano dei delinquenti di cui non valeva la pena parlare… disse così, poi iniziò la lettura di un libro che durò per qualche settimana: “Lettera a una professoressa”, di don Lorenzo Milani.
Quel libro mi cambiò la vita. Forse perchè la scuola di Barbiana somigliava alla nostra, per certi versi, e qualcuno dei miei compagni aveva la cascina, le mucche, si alzava all’alba e veniva a scuola con gli zoccoli; sarà che il tono di quel libro era di dialogo aperto, racconto e riflessione, sarà che, finalmente, ci davano la possibilità di usare i nostri cervellini freschi freschi per pensare al mondo al di fuori di noi, comunque il risultato fu che scatenammo un putiferio: i nostri genitori si accorsero di quello che leggevamo in classe, qualcuno non ne fu per niente contento, noi difendemmo la maestra.
Pur essendo in quarta elementare, ci rendevamo conto che c’era in gioco qualcosa di più di un libro, ma, appunto, eravamo solo in quarta elementare, i genitori vinsero e la maestra si ridimensionò, finì l’anno poi chiese il trasferimento. Non ne sapemmo più nulla, ovviamente.
Alle medie andai in città, cinque chilometri più in là, ed entrai nel mondo della scuola consueta. La mia scuoletta chiuse dopo due anni, ne costruirono una più grossa in un’altra borgata, e l’avventura finì, ma sono ancora convinta di aver vissuto una storia fuori dal comune e di avere imparato da quella maestra molto di più delle regole di grammatica.
ricordi di fanciulla
4 Dicembre, 2007 di paoletta
